Recensione su “La solitudine dei numeri primi”

“La solitudine dei numeri primi” è la storia di Alice, anoressica, e Mattia, riservato, brillante, ma che cerca a tutti i costi di farsi del male, e della loro relazione lungo l’andare degli anni.

 

Mattia è il personaggio più curioso e più problematico, anche Alice è un personaggio interessante, ma mai quanto Mattia: e tra i due “numeri primi gemelli” Mattia è certamente il più solo, il più perduto. Alice e Mattia non sono persone identiche e forse è questa la distanza che li tiene lontani, che li costringe a star fermi, che impedisce loro di sfiorarsi. Ma è pur vero che Alice e Mattia sono accomunati dal desiderio di non lasciar scorrere la vita, di fermarla per riflettere e dall’impossibilità di farlo: sono investiti dalla vita, ma non nel senso che agiscono approfittando delle occasioni senza pensare alle conseguenze; al contrario, è proprio la consapevolezza o la paura delle conseguenze a bloccarli, l’imbarazzo e la timidezza e la solitudine ad isolarli e così la vita scorre loro addosso come un fiume, su cui non sanno navigare perché il timone è completamente assente, le travi piene di buchi vertiginosi di un episodio passato taciuto e “spaventoso”. Se lo comunicano silenziosamente questo passato (e a volte anche qualche parola affiora a rompere il silenzio), ma allo stesso tempo lo trattengono dentro ed entrambi vorrebbero nascondersi: Alice assottigliarsi fino a diventare invisibile, motivo principale della sua anoressia – dopo quello secondario di apparire magra alle compagne da adolescente – , Mattia ridurre i propri movimenti e i propri passi al silenzio, al nulla. Non mi soffermerò a lungo sulla mania di Mattia delle lame, sulla sua tensione a farsi del male, reale, cruda, scioccante: come ho già detto, ritengo Mattia il personaggio più complicato, reduce da una scomparsa tutt’altro che scomparsa e di cui si sente tragicamente, orribilmente responsabile, e penso che, proprio per questo, sia forse il personaggio più difficile da analizzare e che lo scrittore crea senza approfondire veramente. È stupefacente – a mio avviso – la capacità di uno scrittore “alle prime armi” di creare due personaggi tanto profondi e sfuggenti persino alla sua penna, di attribuire loro problemi che, presenti ma al tempo stesso messi “a margine” nella nostra realtà, farebbero paura a chiunque osi avvicinarsi, o che causerebbero commiserazione e pietà ma non vera comprensione. Penso che uno scrittore, invece, comprende a fondo i suoi personaggi, e – in qualche modo – vi si identifica, provandone tenerezza, ed inoltre non manca mai di dar loro autonomia e vita propria, non riuscendo del tutto ad afferrare la loro profondità, specchio della propria e del proprio genio.

 

La scrittura e lo stile del libro solo fluidi ed immediati. Mancano dialoghi particolarmente lunghi ed intensi così come i lunghi periodi, che sono invece brevi, limpidi e semplici, ricoperti di un velo di ingenuità infantile. C’è chi questo lo chiamerebbe “incapacità di scrivere bene”: io, al contrario, ritengo che scrivere bene sia proprio “osare la semplicità”, magari sbagliando all’inizio, magari correndo il rischio della banalità, ma comunque con tutta l’umiltà di chi vuole comunicare, non “ingarbugliare”. Ad ognuno il proprio stile purchè non sia banale, né ridondante, freddo, distaccato dal lettore. Paolo Giordano è quello che io definirei “un’impressionista”: poche pennellate, grosse, definite. Forse ancora apprendista, ma non fesso di certo.     

Recensione su “La solitudine dei numeri primi”ultima modifica: 2009-01-15T18:06:09+00:00da hamlet91
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15 pensieri su “Recensione su “La solitudine dei numeri primi”

  1. Inizio col dire che “La solitudine dei numeri primi” non è un libro da dispezzare totalmente, o per lo meno non è così mediocre da poter essere paragonato alla stregua di Moccia o di ‘Melissa P.’, come ho potuto leggere in alcuni commenti. Questo romanzo non sarà l’apoteosi della letteratura, ma comunque è da prendere per il semplice fatto di poterlo analizzare una volta terminato.
    Io l’ho iniziato e finito in una nottata di lettura no-stop, perchè da come si presentavano le prime pagine la storia mi aveva davvero catturata, ed ero presa dalla smania di sapere come l’autore avesse evoluto l’idea di base.
    Partiamo proprio da questa, l’idea di base: originale e accattivante. Due ragazzi, anzi bambini, segnati entrambi da esperienze dolorose e troppo gravi da poter essere sostenute per la loro giovane età. In un qualunque giorno la loro vita subirà una svolta radicale, ed è proprio questo a incuriosirti e a spingerti a leggerlo, oltre al titolo, devo ammettere, ben congegnato per attrarre il lettore.
    L’idea di base quindi l’ho trovata davvero buona, ma quando nel romanzo ritroviamo i due protagonisti cresciuti, lì inizia quel ‘non so che’ che ti fa storcere il naso.
    Io ammiro Paolo Giordano per aver pubblicato un libro a soli 25 anni, non è da tutti, ma allo stesso tempo ammetto che poteva fare di meglio; per me non ha saputo sviluppare a pieno la trama che aveva in mente, partorendo un romanzo discreto, quasi buono, ma di sicuro non eccellente e sublime come i media ci hanno voluto far credere bombardandoci con elogi superiori al reale merito.
    Infatti il libro inizia bene e procede discretamente fino alla fine dell’adolescenza dei protagonisti. Poi abbiamo un gran salto temporale che, essendo franchi, non mi è piaciuto per niente. Ritroviamo Alice e Mattia alle prese con il loro futuro dopo essersi lasciati in un modo insulso, quasi da bambini di prima elementare. Sinceramente leggere della loro nuova vita non mi ha soddisfatta, perchè ho notato come loro siano sempre gli stessi, mossi neanche di una virgola; evoluti fisicamente ma non emotivamente e psicologicamente.
    E assai deludente è la fine, il modo in cui lui torna da lei per lasciarsi di nuovo in una maniera banale e senza senso. Un finale aperto che secondo la mia opinione delude il lettore, come ha deluso me. Insomma, ti lascia l’amaro in bocca.
    Per me Giordano ha voluto chiudere troppo presto baracca e burattini, lasciando il lettore confuso e con troppe domande in sospeso. Tipo: la ragazza che Alice incontra era davvero la sorella scomparsa di Mattia? Lei lo fa tornare appositamente per questo motivo, ma alla fine non gli dice nulla. ‘Perchè?’ Ci viene da chiederci. Non ha senso. Non dico che l’autore non sapesse più che pesci pigliare, ma forse ha avuto troppa fretta di concludere, non accorgendosi della maniera semplicistica con cui ha risolto le cose, dopo 300 pagine nient’altro che semplici.
    Nelle ultime due pagine infatti sembra che i protagonisti maturino di colpo assumendo nuove consapevolezze. Quindi abbiamo un’Alice che decide di contare d’ora innanzi solo sulle proprie forze e un Mattia che ci lascia un po’ spaesati. Giordano infatti decide di lasciarlo in bilico, senza dirici se stagnerà nei suoi problemi o cercherà finalmente la felicità. Non si capisce dalla fine, quando lui trova il biglietto di Nadia nella tasca. Che farà insomma? La chiamerà per dare una svolta alla sua esistenza incompleta o perpetuerà a voler essere un solitario? Troverà la pace in se stesso oppure accetterà il tormento che lo divora dall’infanzia convivendoci?
    Troppe domande, poche risposte.
    Tralasciando la trama, vorrei analizzare più dettagliatamente i personaggi, partendo dai due protagonisti. Secondo me il più riuscito fra i due è Mattia. Mi piace e mi affascina la sua psicologia contorta, la sua mente somigliante ad un labirinto inespugnabile, ma allo stesso tempo trovo tutto ciò in alcuni tratti troppo calcato e caricato dall’autore, che sembra volerlo fare annegare in un mare nero di desolazione.
    Aliceal contrario è un personaggio un po’ insipido, perchè racchiude in sè un’accozzaglia di stereotipi: l’anoressica, l’emarginata a scuola, l’invalida, la ragazza dal rapporto paterno conflittuale e dalla madre malata. Insomma: un vaso di pandora contenente tutti i mali della gioventù moltiplicati per 100.
    Tralasciando ciò, possiamo però dire che l’accoppiamento dei due come protagonisti non è male, anche se poteva essere perfezionata, soprattutto dal punto di vista psicologico. Infatti non posso credere che quando li ritroviamo nel futuro siano tali e quali a prima. Non è immaginabile né realistico, soprattutto perchè le loro vite sono cambiate radicalmente, hanno imboccato strade diverse e si presuppone che ciò porti a nuove esperienze e nuove consapevolezze che però paiono inesistenti.
    Trovo altrettanto incredibile che entrambi non riescano a trovare almeno un po’ di pace interiore, continuando ad imitare gli atteggiamenti giovanili, come l’autolesionismo e l’anoressia. Mattia è l’eterno infelice, insoddisfatto, che si rifugia in un mondo di numeri per non affrontare quello reale; Alice sembra la solita bambina che nasconde e butta il cibo, e non riesce ad apprezzare quello che ha intorno, come la bellezza del matrimonio, l’amore e un marito premuroso, tutto ciò c’è di più bello per una donna.
    Come ho già fatto notare, solo nelle ultimissime pagine sembra che questi due personaggi subiscano una svolta. Alice impara a camminare da sola, senza contare su nessuno, nè su Mattia nè sul marito. C’è solo lei e una nuova e inspigabile forza che sembra nascere dal nulla più assoluto, dato che tre righe prima era immersa in un lago di disperazione in cui sembrava affogare.
    Mattia d’altra parte comincia ad alzare la testa e guardarsi intorno, ma come ho già detto prima, dal finale aperto non si capisce cosa voglia realmente fare: se voglia accettare il suo essere e darsi pace una volta per tutte, se perpetuare nell’autolesionismo e continuare la solita vita, o cambiare e cercare stabilità e felicità.
    Sinceramente, non lo so, ma preferisco immaginare che alla fine riesca a trovare in sè stesso un po’ di serenità.
    Una delle poche cose che apprezzo dei protagonisti è la metafora che li associa a numeri primi, “vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero”. La trovo intensa e suggestiva, anche se sarebbe stato meglio se alla fine entrambi fossero riusciti a superare i loro ostacoli, per spezzare finalmente la lontananza che lega quei numeri gemelli e dare a loro stessi (e anche ai lettori) un po’ di speranza dopo 300 pagine di solitudine, incompletezza, tristezza e di disarmante e asfissiante negatività.
    Passando agli altri personaggi, mi è piaciuta la figura dell’amico gay, forse un po’ scontata, ma il suo personaggio mi attraeva emotivamente. L’autore però, dopo averlo presentato come l’elemento chiave dell’adolescenza di mattia e viceversa, e averlo psico-analizzato minuziosamente, avrebbe dovuto dargli un po’ più di rilevanza nella parte che racconta del loro futuro. Invece dopo essersene scordato per un bel po’ di pagine, ci ha accontentato facendo su di lui una digressione sommaria e insipida, soltanto per farci sapere che fine abbia fatto, se sia vivo o morto.
    Altri personaggi sono i genitori di Alice e Mattia. Tutti e quattro rappresentati come l’emblema dell’incomunicabilità tra genitori e figli; non ce n’è uno che si salva da questo disfacimento. Giusto forse il padre di Mattia, che cerca di colmare il vuoto che la moglie ha nella vita del figlio, instaurando con quest’ultimo una sorta di legame sfilacciato che comunque non riesce ad avvicinarli del tutto, perchè c’è sempre quella barriera invisibile e inspiegabile che li separa.
    Personaggi di contorno sono i compagni di scuola, i soliti bulli prevaricatori che incarnano la malignità giovanile. C’è del vero in quello che Giordano scrive: purtroppo oggi a scuola esistono realmente coalizioni all’interno delle classi e i capi di queste, che ti includono e ti escludono a loro piacimento, facendoti passare le pene dell’inferno se non sei come vogliono loro. Ma in tutta franchezza trovo questo elemento di contorno pesante e non indispensabile. Ti opprime ancor di più in quelle pagine già intrinseche di negatività a non finire.
    Infine, tirando le somme, direi che il romanzo non è scritto male, ma neanche in maniera così egregia. Normale, niente di che.
    Il contenuto è discreto, perchè come ho già ribadito c’è una bella idea di partenza, che poteva essere sviluppata molto meglio, dal punto di vista dei personaggi e della trama in sè per sè in cui essi si muovono.
    Concludendo, la piacevolezza della lettura, durante e alla fine, è scarsa, perchè il mio grado di soddisfazione al termine del romanzo era pari a quello che ha Mattia della sua vita, se posso usare un paragone strettamente collegato. Più che altro delusione per un finale aperto e imprecisato, frettoloso e non approfondito quanto avrebbe dovuto essere. Mi ha lasciato davvero l’amaro in bocca.
    Se dovessi giudicarlo con i numeri da 1 a 10, gli darei 5, esattamente la metà, perchè “La solitudine dei numeri primi” mi ha lasciato in bilico tra l’odio e l’amore nei confronti di questo romanzo.
    Comunque tutto ciò è un parere personale e non sconsiglio la lettura di questo libro, anzi; è un romanzo che nonostante le pecche da me citate, ti porta a valutare le situazioni e le persone, dato che all’interno vi ritroviamo molti luoghi comuni.
    Se lo si vuol leggere è per curiosità, per vedere cosa ci sia scritto e poterlo infine giudicare esprimendo un’opinione sincera.

  2. Anzitutto, ti ringrazio del tuo intervento, per quanto su alcuni punti io non mi trovi del tutto d’accordo: a me il libro è piaciuto moltissimo, non ricordo di aver provato “un senso di amaro in bocca” e, anche se così fosse stato, non credo che ciò mi avrebbe fatto apprezzare di meno il libro. Hai ragione a dire che il finale aperto non è felicissimo, però proprio per questo non l’ho disprezzato: i finali troppo felici sono poco realistici e, comunque, non fanno pensare molto. Tu dici che le domande che Giordano ha lasciato aperte sono troppe: ma non tutte quelle che hai citato sono senza risposta, o almeno, la risposta va cercata e ogni lettore dà la propria (i libri non sono forse “realtà soggettive”?). Per esempio, tu ti chiedi se Mattia ha chiamato Nadia oppure no: a me pare evidente che lo scrittore abbia voluto suggerire la prima opzione rispetto alla seconda (altrimenti perché far ritrovare a Mattia quel foglietto?); ad ogni modo, ogni lettore può pensare quello che vuole, secondo il proprio punto di vista: Mattia è un personaggio che mi ha intrigata tantissimo, può essere visto come uno che non prende decisioni o, al contrario, come uno che ha saputo prendere decisioni radicali (il trasferimento in Inghilterra), voltando indietro tutto il suo passato. Certo, non si capisce perché né lui né Alice siano in grado di dirsi quello che provano a vicenda: chissà, forse così è destino, in fondo loro sono due numeri primi gemelli e tali sono destinati a rimanere. Beh, ora la smetto di fare “la sapientona”: in fondo sono una persona che prende le cose piuttosto “di pelle” e mi dispiace se qualche volta mi dilungo in congetture, apologie o altre cose del genere, un po’da avvocato. Spesso il mio senso critico può risultare pesante o vuoto a rendere: perciò, credo che potrei riassumerti la mia risposta in queste poche, ma significative parole:

    Mi ha fatto piacere leggere la tua “personale recensione” e ti ringrazio per questo. Stop. Però a me il libro è piaciuto tantissimo. Stop. Credo di stare cercando il mio Mattia, il mio numero primo gemello. Stop. Ciao. Stop.

  3. Una domanda sola mi pongo: a che scopo far terminare il libro in maniera così… triste? Il finale non avrebbe certamente cambiato la valutazione del romanzo. Il libro mi è piaciuto moltissimo, ma il finale mi ha deluso. O meglio, avrei preferito che fosse finito in maniera diversa. Mi aspettavo un lieto fine, insomma!
    Poi mi sono riconosciuta in Mattia… del tutto! Quindi mi sono talmente immedesimata, che alla fine non ho fatto altro che piangere per la scelta di Mattia di rimanere solo come un cane. Be’, che altro dire, do un bel 10 all’autore e spero di poter leggere quanto prima altri suoi romanzi.

  4. non mi è piaciuto per niente: si respira un’aria di decadentismo e di atmosfere moraviane. Insomma mi sembra di aver già letto tanti romanzi simili. L’analisi psicologica è superficiale e troppo impostata su libri di psicologia spicciola (per caso l’autore ha letto i libri di Crepet?).
    L’autore sembra ricalcare personaggi stereotipi di una società (quella borghese) già descritta dagli autori del primo 900 e non c’è nullla, a mio modesto parere, di originale.
    Ma è un romanzo così così deprimente e negativo.

  5. Ho letto il romanzo in un giorno e la lettura andava avanti nella speranza che succeddesse qulacosa.. ma niente. I protagonisti sono mediocri, incapaci di affrontare la vita ed i loro problemi. Riescono solamente ad autocommiserarsi e a crogiolarsi nel loro dolore,senza far nulla per cambiare il corso degli eventi.Non c’è spessore,nè profondità, ma solo superficialità e il terrore di Alice e Mattia di scavarsi dentro, per timore di affontare i mostri che li dilaniano ma che allo stesso tempo gli permettono di trovare una giustificazione alla loro condizione. La lettura del romanzo non lascia niente, solo rammarico per il tempo perso, che si sarebbe potuto impiegare per la lettura di qualcos’altro.

  6. Non è mai tempo perso il tempo speso per la lettura di un romanzo.
    Concordo con chi dice che c’erano delle buone premesse, che il romanzo parte bene, anzi benissimo, catturando l’attenzione del lettore a partire dal titolo e dalle storie di Alice e Mattia.. Ritengo però che si sia perso per strada e che l’autore non abbia sviluppato bene la psicologia e le vicende dei due protagonisti e il finale, in effetti, l’ho trovato un po’ deludente.Tuttavia non ne sconsiglierei la lettura e aspetto con curiosità il prossimo libro di Giordano perché, come romanzo di esordio, e considerata la giovane età dell’autore, le premesse non sono malvage.

  7. bello??? mai letto un romanzo così vuoto,vuoto come i protagonisti e le loro storie,incapaci di emozionare e far riflettere. decisamente banale. premio strega? assurdo! voi che trovate bello questa specie di romanzo,leggete il cacciatore di aquiloni.poi mi dite…

  8. ragazzi …. mpf “forse ancora apprendista” capito? Non diciamo capolavoro di un esperimento, ma nemmeno gettiamo fango su una piccola perla. Cosa credete, che il premio lo abbia avvicinato anche solo un millimetro in più agli immortali scrittori? Questa l’unica ambizione vera! Io non so quali siano quelle di Giordano, ma mi pare giusto constatare che il suo lavoro, seppur non perfetto, abbia del valido. Poi vabbè … vedete … oggigiorno il commercio ha in mano i dadi. Libro poi premio poi film. Io di queste cose mi disinteresso. Lasciano il tempo che trovano. Leggiamo questo libro, commentiamolo, constatiamo i difetti, apprezziamo il buono e PASSIAMO AD ALTRO!!!

  9. Bah… ma il libro (come molti altri libri e film) non dà delle risposte conclusive semplicemnte perchè non è importante darle tutto qui. ognuno nel leggere può dare una sua interpretazione. Cristo se volete il libretto commerciale comprate la Kinsella. Comunque anch’io lot rovo un libro mediocre ma assolutamente non per le banalità descritte nella tua “recensione”

  10. Ciao! Volevo aggiungere un commento anch’io , anche se fors eè passato molto tempo. Ammetto che si nota che la scrittura è alle prime armi, che ci siano molti luoghi comuni, scene troppo forzate e poco realistiche e che il finale sia aperto e frettoloso. in fondo l’autore non è scrittore, è un fisico. Aveva semplicemente qualcosa da dire e l’ha fatto coi mezzi che aveva. Però credo che abbia un senso quello che ha scritto, ce l’abbia eccome. E non è un caso che un libro così l’abbia scritto proprio uno scienziato: perchè forse dalla rivoluzione cartesiana si è venuto a perdere qualcosa nel rapporto con gli altri che ci ha reso autistici, incapaci di vedere l’altro e comunicare. Io penso che semplicemente alla fine – seppur con una repentinità poco piacevole stilisticamente – i due giungono alla consapevolezza che l’unica cosa che li ha sempre attratti l’uno dell’altra è la solitudine. Sono due persone diverse, che hanno fatto vite sostanzialmente diverse, ma di fatto entrambi hanno lasciato la vita in standby da quei due momenti tragici che li hanno segnati (diversi) e da quel momento sono rimasti chiusi autisticamente nella loro solitudine. le vere vittime non sono loro: sono Michela, sono i genitori, sono Fabio, sono Nadia. Le vittime sono loro non i protagonisti. Ma noi vediamo solo il loro dolore, perchè i protagonisti stessi vedono solo il loro dolore e il mondo attorno è come ovattato e scivola loro addosso. intanto scavano un vuoto. lui si attacca alla matematica perchè è l’unica cosa che lo realizza senza che si debba porre in raffronto con l’altro. lei invece cerca spasmodicamente l’amore all’esterno, ma in realtà non ama: non sta con persone che la fanno felice ma con amiche egoiste e presuntuose, vive l’amore del marito in maniera parassitaria, per tenere in piedi un corpo che in piedi non ci sta e infatti appena il marito si stacca, lei crolla, sviene, cade a terra. a un certo punto il vuoto attorno a loro diventa insostenibile e toccato il fondo devono riaffiorare alla superficie. è vero fa schifo come finale, ma ci trovo un senso. in fondo quando ci si rende conto che il dolore può essere superato, che ci si può volere bene, quando si ricomincia a vivere partendo da zero.. bè può succedere di tutto , ma non importa più di tanto. inizieranno a vivere e questo è abbastanza, perchè dal momento in cui decideranno di vivere il loro percorso sarà solo in ascesa. mattia tornerà in inghilterra da nadia, la chiamarà, cominceranno a uscire, poi chissà, magari poi litigheranno, qualcosa andrà storto, oppure si amerannoalla follia, si sposeranno, chi lo sa. alice tornerà a casa, e potrà scegliere di cambiare radicalmente la sua vita, abbandonare tutto e partire per un viaggio, oppure semplicemente ritornare da fabio e rimettere in pezzi quello che ha distrutto, tornare al mondo della fotografia…sostanzialmente non è importante,perchè l’importante non è come va finire, ma che entrambi comincino vivere. ciò che li lega è solo la solitudine, decisa di spezzare quella, finisce anche il rapporto tra mattia e alice.
    io sono sicura che il senso sia questo. sicurissima!!

  11. un libro noiosissimo, dallo stile piatto e scontato, veramente di un autore alle prime armi, non mi ha emozionato neanche un pò…non capisco poi i premi della critica. Anche qui siamo di fronte al soilito caso letterario pompato a dismisura per un’opera che io considero alquanto mediocre. Risparmiate i vostri soldi

  12. Come in ogni lettura, il giudizio si basa non solo sul gusto personale, ma su proiezioni e aspettative, su ciò che proiettiamo di noi stessi e su ciò che in merito a questo, ci aspettiamo che accada, in base alle nostre personali esigenze.

    Alice è una bambina di 5 anni obbligata dal padre a frequentare la scuola di sci che lei detesta.
    Mattia è bambino che ha una gemella, Michela, affetta da un grave ritardo mentale, ed é obbligato a prendersi cura di lei.
    Alice, spinta dal prade, prende parte ad un allenamento al quale non vuole partecipare, per questo si isola dal gruppo, apparentemente per bisogni fisiologici, ma cade e rimane paralizzata nella neve, perdendo così l’uso della gamba.
    Mattia, isolato e deriso dai compagni di classe a causa di sua sorella, viene finalmente invitato ad una festa di compleanno e la madre lo costringe a portare con sè la sorella, lui sà che questo comporterà la derisione da parte dei suoi compagni e vorrebbe che la sorella restasse a casa, ma non solo la madre lo forza, ma li lascia andare da soli ( qui la trama non regge molto) così Mattia, decide di lasciare la sorella nel parco per un’ora, pur di presentarsi da solo alla festa.
    Quando torna nel parco Michela non c’è più e forse non verrà più trovata. Mattia perde così l’uso della sua vita.

    Alice e Mattia frequentano la stessa scuola, e si scelgono attratti dalle proprie solitudini in un percorso di crescita che li accompagnerà fino all’età adulta sempre a limite tra amicizia e amore.

    Il romanzo di Paolo Giordano, ha le connotazioni di un romanzo psicologico, sebbene sembri che l’autore non ne sia del tutto consapevole e che tante tematiche siano solo accennate e non sia dato loro il giusto spazio, elaborazione ed approfondimento.
    Alice e Mattia sono due anime solitarie e sole, accomunati da una profonda sofferenza esistenziale che li mutila, ma che li fa vivere intorno a quel baratro interiore che li risucchia, ma non li fagocita completamente.
    Sebbene abbiano subito entrambi nell’infazia un profondo trauma, ed è questo ciò che l’autore mette in risalto, in realtà la sofferenza profonda di ognuno è legata alle figure parentali genitoriali.
    L’autore lascia, come in una gestalt, sullo sfondo questo aspetto, che invece è il sottile filo conduttore che narra il romanzo.
    Alice è ribelle sfidante, accecata e menomata dalla rabbia verso suo padre che la costringe, senza riuscirci, ad essere diversa da come è, per soddisfare le sue fantasie onnipotenti e narcisistiche, come spesso i genitori inconsapevolmente fanno con i loro figli per soddisfare parti non realizzate delle proprie necessita, e ne porta un segno evidente nella menomazione fisica non solo della mutilazione della gamba, che sembra voler urlare al padre ” ecco vedi cosa ho per colpa tua”, ma sopratutto nella sua anoressia che nel tentativo di farla rimanere bambina, (anche qui l’autore avrebbe dovuto approfondire ed elaborare, ) rivendica il suo diritto alla libertà di essere se stessa e lo fa nella gestione sadica e aggressiva del suo peso corporeo, che è l’unico modo che escogita per essere libera e suscitare il senso di colpa nel padre.

    Mattia vive nel  senso di colpa che lo rende solitario ed evidentemente autistico, (sebbene Giordano non lo dichiari mai),si nutre di calcoli e numeri che lo potreggono e lo anestetizzano dalle proprie emozioni, esasperando le sue capacità relazionali relegandolo nell’asocialità caratteriale, vittima di una madre anaffettiva, incapace di amarlo al punto di saperlo perdonare e desiderando inconsciamente che anche lui fosse sparito con Michela .
    Anche Mattia ha una esasperata esigenza di autolesionismo e aggressività che lo spingono a taglarsi e ferirsi ripetutamente perché solo attraverso il dolore fisico riesce a sentire se stesso e contattarsi, cosi come Alice,  solo nel dolore fisico riescono a ritrovarsi.
    Il parallellismo tra i due personaggi è sottile, ma presente, e il romanzo regge bene fino quasi alla fine dove però qualcosa cambia, l’autore smette di elaborare la trama e lascia inconclusi eventi rilevanti, per esempio fa terminare il matrimonio tra Alice e Fabio in maniera sbrigativa, pone fine a questa relazione in maniera netta e improvvisa : possibile che un uomo, per di più un dottore, si accorga dell’anoressia della moglie solo dopo anni di matrimonio o si ponga il problema tutto insieme e senza repliche e che il tutto finisca così velocemente e in maniera assertiva, riducendosi a due settimane di malessere?
    Qui si evince la mancanza di esperienza del giovane scrittore e dellla sua prima opera, e per questo è parzialmente perdonabile…
    Possibile poi che Alice e Mattia si rivedano dopo anni e non si raccontino, non siano emozionati, ma si mettano alla guida della macchina?
    In questo si evidenziano molte lacune, come se lo scrittore avesse fretta di concludere, cosa che spesso accade ai neofiti, tuttavia la parte finale del libro é la più bella, perché sebbene venga trascurata la trama, Giordano si lascia finalmente andare a riflessioni cariche di significato, ad introspezioni, sentite e appropriate.
    Tutti i lettori vorrebbero che Alice e Mattia alla fine si diano la possibilita di amarsi, di scelgliersi e darsi finalmente pace, ma questo avrebbe scarnificato il testo che non avrebbe retto al profilo psicologico, perché Alice e Mattia sono due anime sole e sofferenti, incapaci di amare se stessi e dunque anche l’altro, chiunque altro, senza un necessario lavoro psicologico e analitico a cui lo scrittore purtroppo non fa mai riferimento.
    Solo questo avrebbe potuto salvarli, ma Giordano probabilmente non li vuole salvare.
    Non sarebbe la solitudine di numeri primi.
    Sebbene questo romanzo abbia dei buchi inconclusi,  ha la bellezza di rimandare al lettore la possibilità di cogliere sottigliezze e particolarità e di invitarlo alla riflessione.
    Come la scena di Mattia che torna a casa dopo 9 anni, il padre lo accoglie sulla porta e la madre resta in camera a riposare.

  13. A me è piaciuto molto:mi ha interessato soprattutto quell’amara verità che quando stavano insieme Mattia e Alice,si sentivano “bene”,un “bene” non caratterizzato dall’affetto di un’amicizia,ma dal fatto che l’uno si ispecchiava e si immedesimava nella solitudine dell’altro…

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